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stampa
Rassegna stampa del 9 settembre 2003
SOMMARIO
ITALIA
OGGI
Appello al governo per aumentare i
fondi nella conferenza sulle tecnologie.
Mancano 28 mln per informatizzare la giustizia
Servono
28 milioni di euro in più rispetto allo stanziamento attuale per garantire
copertura finanziaria a tutti i progetti per la informatizzazione della
giustizia già messi in campo. La richiesta di un aumento degli stanziamenti nel
bilancio di assestamento è venuta dall'Ursia, la direzione del ministero della
giustizia che si occupa della informatizzazione degli uffici giudiziari, che per
tenere fede agli impegni assunti è costretta a chiedere al governo di spostare
le risorse stanziate per investimenti per il mantenimento dello statu quo.
Eppure
la informatizzazione del sistema giustizia è ritenuta da tutti gli operatori
una tappa obbligata per garantire maggiore efficienza e la riduzione dei tempi
processuali. Delle opportunità e dei limiti si sta discutendo in questi giorni
a Roma nel corso della prima conferenza europea sulle nuove tecnologie
nell'attività forense, organizzata dalla cassa nazionale di previdenza e
assistenza forense, con il patrocinio dei ministero della giustizia e
dell'innovazione e le tecnologie.
Ieri
è toccato al ministro per l'innovazione tecnologica Lucio Stanca fornire le
prime risposte sulle intenzioni dell'esecutivo rispetto alla informatizzazione.
Stanca ha tenuto a precisare che non è una questione di risorse (anche se a
margine ha riferito che il gap rispetto al pil maturato dall'Italia al confronto
con i partner europei per l'informatizzazione di tutto il sistema delle p.a. è
di 15 miliardi di euro all'anno), ma di motivazione e predisposizione al
cambiamento dei soggetti interessati, primi tra tutti i magistrati. ´Per quanto
riguarda la giustizia è importante essere d'accordo con l'obiettivo finale: la
tecnologia serve a trasformare il servizio e non semplicemente ad
automatizzarlo', ha specificato Stanca, per il quale oltre alle risorse sono
altri due i fattori critici che è necessario superare: l'alfabetizzazione
informatica degli operatori e la modifica dell'organizzazione del sistema
giustizia. ´La resistenze al cambiamento sono ancora tante. Ma una magistratura
che rendesse omaggio alla propria autonomia e indipendenza con l'inefficienza
del servizio verrebbe meno alla sua funzione di rendere giustizia', ha avvertito
Stanca. Gli strumenti per invertire la rotta, assicura il ministro, ci sono.
Sono, infatti, oltre 800 mila i dispositivi di firma digitale emessi; dal 1°
gennaio prossimo sarà obbligatorio il protocollo informatico; nei primi sette
mesi del 2003 è più che raddoppiato il numero delle e-mail scambiato sulla
rete Rupa. Sul fronte specifico della giustizia, inoltre, coma ha aggiornato
Sergio Brescia, vicedirettore Ursia il progetto sul processo civile telematico
procede: la gara per il software è stata aggiudicata anche se manca ancora il
decreto sulle regole tecniche che amplia la facoltà di certificazione degli
utenti del Consiglio nazionale forense. La Rolleri, invece, ha riferito dello
state dell'arte: 1.875 uffici collegati, oltre 36.500 utenti, 4 mila pc
distribuiti ai giudici, 80 mila servizi offerti.
Dal
ministro delle comunicazioni, Maurizio Gasparri, è venuta una attestazione di
attenzione alle tematiche care in questo momento alle professioni, a partire
dalla previdenza. Gli avvocati, dal canto loro, stanno spendendo risorse e
impegno per fare la loro parte: il presidente della cassa, Maurizio De Tilla, ha
ricordato il progetto di Lextel per il collegamento telematico degli avvocati
con le camere di commercio, il catasto, il Pra (attualmente sono 35 mila i
legali collegati e oltre 14 mila studi legali). ´Sarebbe opportuno istituire un
organismo di consultazione costante su questi temi a livello europeo', è stata
la proposta di De Tilla. Anche il Consiglio nazionale forense, come ha riferito
il presidente Remo Danovi, sta portando avanti il progetto di creare un albo
informatico di tutti gli avvocati d'Italia. Oggi è atteso l'intervento del
ministro della giustizia Roberto Castelli. Claudia
Morelli
DIRITTO
E GIUSTIZIA
Creare
un organismo permanente di consultazione europea in grado di «registrare,
monitorare e divulgare tutti i progressi fatti nei singoli paesi dell’Unione
europea in materia di giustizia, per un arricchimento comune sia in termini di
cultura giuridica che in termini di tutela della libertà e dei diritti del
cittadino europeo». Con queste parole il presidente della Cassa di Previdenza e
assistenza Forense, Maurizio De Tilla, ha aperto i lavori della prima
“Conferenza europea sulle nuove tecnologie nell’attività forense”,
promossa dalla stessa Cassa con il patrocinio del ministero della Giustizia e
del ministero per l’Innovazione e le Tecnologie e in corso a Roma ieri
e oggi, all’Auditorium della Cassa Forense.
L’invito di De Tilla è stato accolto e condiviso dal ministro Lucio Stanca,
responsabile del dicastero dell’Innovazione e le Tecnologie, intervenuto ieri
in giornata al convegno. Secondo il ministro «nonostante
da decenni siano state promosse diverse iniziative di innovazione, la giustizia
in Italia rimane un campo dove si avverte l’irrinunciabile e non più
rinviabile esigenza di applicare tecnologie digitali». In realtà, ha
proseguito Stanca «molti auspicano questa trasformazione, ma sono ancora troppi
quelli che la temono. In effetti la resistenza al cambiamento è comprensibile
dal momento che siamo in presenza di grandi mutazioni alle quali bisogna
prepararsi». Comunque applicate all’area giustizia «queste tecnologie
consentono incisive azioni di ammodernamento sia per l’efficienza interna,
snellendo le procedure amministrative; sia per l’efficacia dell’attività
giudiziaria nei tempi dei processi e delle procedure». A conclusione del suo
intervento Stanca ha sottolineato come «una magistratura che rendesse omaggio
alla propria autonomia e indipendenza con l’inefficienza del servizio verrebbe
meno alla sua funzione di rendere giustizia».
Cassa Nazionale Forense
Giustizia e Telematica
Prima
conferenza europea sulle nuove tecnologie nell’attività forense
Intervento del presidente avv. Maurizio De Tilla
(8 settembre 2003)
LE
SFIDE DELL’AVVOCATURA PER UNA MODERNA PROFESSIONE
La
professione di avvocato, oggi, può essere immaginata come una fortezza
assediata da ogni parte e al cui interno lo spazio è ridotto. Gli assalti
provengono anzitutto dalle multinazionali del diritto e, più in generale, dalle
grandi organizzazioni di consulenza, con enormi mezzi, entro le quali si assiste
ad un fenomeno di internazionalizzazione strisciante del lavoro libero
professionale.
Alle multinazionali del diritto si aggiungono le società ed associazioni di
consulenza, le società di revisione, le imprese di recupero crediti, le
organizzazioni di difesa dei consumatori, le banche (in particolare in Francia),
i diversi enti strutturati su modelli imprenditoriali.
Su questa premessa, Laurent Marlière
e Giorgio Fregni, nel libro Marketing
per gli studi legali –
Comunicazione. Pubblicità. Organizzazione, si chiedono se il passaggio a un
modello di gestione imprenditoriale e più in particolare alla conoscenza
applicata del marketing rappresenti una necessità primaria di adeguamento dei
professionisti alla nuova situazione di mercato.
In una recente ricerca commissionata dalla Cassa forense, L’evoluzione dell’avvocatura fra logica professionale e orientamento
del mercato, il Censis ha osservato che fra gli avvocati si stanno muovendo
in modo abbastanza netto due componenti: da un lato, un’anima
libero-professionale, prevalentemente orientata a fornire servizi di interesse
generale, per ciò stesso definibili come servizi di pubblica utilità;
dall’altro lato, un’anima terziaria, attratta dalle logiche e dagli
strumenti di orientamento e di partecipazione alle dinamiche del mercato dei
servizi, che diventano i termini di confronto prevalente, sebbene non
prioritari, per l’attività di avvocato.
L’“anima terziaria” dell’avvocato consulente è in fase di forte
crescita anche perché risponde ad una esigenza dei cittadini e delle imprese.
Mentre è contestato se l’attività di consulenza legale possa considerarsi
riservata agli avvocati (il recente Convegno promosso dall’Ordine degli
avvocati di Torino ha dato una valida ed efficace testimonianza delle
problematiche che si affacciano all’attenzione dell’avvocatura sulla
consulenza legale).
Ma se l’evoluzione del mercato ha portato sensibili conseguenze all’attività
forense il problema principale si identifica nella nuova sfida dell’avvocatura
che, da un canto, riafferma la propria identità morale e professionale,
salvaguardando i valori della tradizione forense, e dall’altro si apre al
rinnovamento organizzativo e culturale che consente di rispondere alle mutate
istanze provenienti dalla società e alla forte pressione concorrenziale che
deriva, per altro, dalle stesse organizzazioni imprenditoriali.
È vero che lo studio di avvocato non è un’impresa nel senso proprio della
parola, ma è altrettanto vero che le nuove tecniche di comunicazione ed
organizzazione proprie delle imprese non possono non interessare il mondo
forense.
Non vi è infatti alcun dubbio che gli avvocati devono assumere iniziative per
ridare connotati moderni alla loro immagine e migliorare il livello di
soddisfazione dei loro clienti, con l’adozione di nuove tecniche di gestione
che comportino l’utilizzo sia di strumenti di natura tecnica (utilizzazione di
banche dati, della telematica, ecc.), sia di natura organizzativa (aggiornamento
permanente, specializzazione, internazionalizzazione, marketing, certificazione
di qualità).
Laurent Marlière e Giorgio Fregni lanciano un allarme che l’avvocatura deve
raccogliere: l’evoluzione economica ha generato un fenomeno di concentrazione
senza precedenti che ha rimesso in discussione l’esercizio tradizionale ed
individuale della professione.
Gli avvocati subiscono nel complesso tale fenomeno con l’aumento delle piccole
cause e la diminuzione delle cause di rilevante entità. Queste ultime, e
soprattutto la consulenza legale, diminuiscono per concentrarsi nelle mani di
strutture che hanno sviluppato economie di scala e di specializzazione e, ancora
di più, hanno sviluppato servizi interprofessionali ad alto valore aggiunto.
Ora non vi è alcun dubbio che di fronte a questo pericolo l’avvocatura debba
reagire.
§Occorre che gli avvocati elevino
il livello di preparazione, amplino la sfera di attività e si adattino ad una
vera e propria rivoluzione informatica.
Il primo impegno delle istituzioni ed associazioni forensi deve essere
quello di agevolare scuole di formazione e di aggiornamento, incentivare
seminari di alta professionalità (vedi quello organizzato dalla Cassa forense
sul nuovo diritto societario), costruire reti telematiche, agevolare con
finanziamenti ed acquisti a basso prezzo la dotazione di strumenti informatici
intelligenti, accrescere le informazioni sull’immagine complessiva
dell’avvocato, costituire fondazioni e società di servizi utilizzando tutte
le forze collettive disponibili (senza gelosie e complicazioni
interistituzionali).
La concorrenza intra ed extraprofessionale e il ruolo crescente dei media
richiedono maggiore informazione e servizi di qualità. Senza perdere di vista
la specificità della professione forense che non potrà essere mai assimilata
ad un’impresa commerciale per varie ed evidenti ragioni: la natura
intellettuale della prestazione, il rapporto personale e fiduciario con il
cliente, il prestigio del ruolo sociale, gli aspetti pubblicistici della
funzione, il rispetto delle norme deontologiche finalizzate ad assicurare
l’eticità dei comportamenti.
È essenziale rimarcare che qualsiasi innovazione od apprendimento di tecniche
di marketing deve tenere in considerazione i limiti posti dal codice
deontologico. Gli avvocati non sono solo i difensori dei propri clienti, ma
contribuiscono al bene pubblico del funzionamento del sistema giudiziario, con
ovvie ricadute sull’intero tessuto collettivo e sociale.
L’attività professionale intellettuale non è un mero prodotto e,
quindi, qualsiasi processo di modernizzazione deve tener conto di questa
affermazione che ne rende particolare la individuazione degli strumenti e dei
versanti di riferimento.
Marlière e Fregni ne sono pienamente consapevoli laddove osservano che la
deontologia prescrive regole e principi ai quali l’avvocato deve attenersi e,
per ciò stesso, ne condizionano e limitano il comportamento, esponendolo al
rischio delle sanzioni disciplinari. Il condizionamento riguarda soprattutto
quella parte del marketing definita promozione. Occorre, dunque, elaborare
messaggi specifici, nel rispetto dei valori della professione ed entro i limiti
fissati dalla deontologia (vietati i procacciatori di affari, vietata la ricerca
di clientela con l’invio di offerte di lavoro, vietato lo scavalcamento del
collega, vietati i messaggi pubblicitari sui periodici e sulle televisioni,
etc.). Nell’elaborazione della strategia di marketing occorre, inoltre, tenere
sempre ben presenti la missione pubblica dell’avvocato, i doveri di dignità,
probità e decoro sanciti dall’art. 5 del codice deontologico forense
italiano, nonché le virtù tradizionali dell’avvocato indicate dall’art.
2.2 del codice deontologico europeo.
La sfida principale della modernizzazione è quella di saper coniugare il
rispetto della deontologia con la globalizzazione dell’economia e dei servizi
legali, con l’apertura al mercato dei servizi legali. L’evoluzione della
società impone l’esigenza di costituire società interprofessionali,
associazioni di avvocati nazionali con avvocati europei.
L’apertura al mercato genera anche un fenomeno di shopping o addirittura di
zapping da parte dei clienti, che valutano varie alternative prima di effettuare
la loro scelta, tenendo ben presenti la qualità e il prezzo dei servizi.
Il mercato dei servizi legali diventerà ancora più concorrenziale, sia per
l’ulteriore aumento del numero degli avvocati, sia per l’aumento del numero
degli altri fornitori di servizi legali.
In questo quadro di necessaria forte innovazione non posso che ribadire alcuni
concetti già espressi in precedenti articoli, che cioè la gestione
dell’immagine dell’avvocato e il potenziamento dei servizi legali non
possono essere affidati esclusivamente alle iniziative dei singoli, ma proprio
per la funzione pubblica dell’attività forense devono trovare impulso in
un’azione strategica delle Istituzioni ed Associazioni forensi.
L’Ente previdenziale forense (il quale, dopo la privatizzazione, si è
trasformato in una fondazione privata sottoposta alla disciplina del codice
civile) può diventare il motore organizzativo dell’avvocatura acquisendo
contributi volontari degli iscritti destinati ai servizi, finanziamenti pubblici
e sponsorizzazioni private, anche al fine di predisporre idonee strutture da
affidare ad un ente di gestione pienamente rappresentativo delle componenti
dell’avvocatura, dotandosi di sedi operative all’esterno degli uffici
giudiziari, reti telematiche, servizi in outcoursing, direttori di servizi,
funzionari specializzati, banche dati, strumenti di comunicazione, centri di
formazione e di aggiornamento, call center, luoghi di ascolto, ecc.
La Cassa forense attraverso una società, Lextel, e un programma, Cyber
avvocato, sta promuovendo l’impianto di una rete telematica destinata
esclusivamente agli avvocati, con la firma digitale e in genere con un sistema
di sicurezza indispensabile per garantirne la riservatezza, che assumerà una
molteplicità di funzioni: rete di comunicazione degli iscritti con la Cassa,
gli Ordini e le Associazioni, collegamenti con il Ministero della Giustizia e
gli Uffici giudiziari anche per le funzioni collegate al processo telematico,
collegamenti con colleghi e clienti, studio virtuale, video-conferenze,
trasmissioni video, compilazioni di riviste e notiziari, e quant’altro serve
per la professione di avvocato.
Il progetto tecnologico “della Cassa forense, che viene illustrato in
occasione di questo Convegno su “Giustizia e Telematica”, dovrà riguardare
anche la formazione dei praticanti e l’aggiornamento permanente per tutti gli
avvocati.
Bisogna considerare, come sfida per il futuro, che le nuove tecnologie avranno
un’influenza crescente sulla gestione quotidiana dello studio, sui sistemi di
informazione e sulla comunicazione.
I progressi tecnologici degli ultimi anni sono evidenti e hanno determinato, per
l’avvocato del XXI secolo, enormi possibilità di accesso al mercato dei
servizi legali e un’accresciuta performance del sistema di gestione dello
studio.
Tali progressi tecnologici sono in gran parte rappresentati dalla Information
Technology (IT). Talvolta si tende ad accusare l’avvocato di un presunto
ritardo, in questo campo, rispetto al mondo dell’industria. Occorre
relativizzare. Se c’è un ritardo, è più percettibile dal confronto USA/Asia-Europa.
Ciò precisato, è anche vero che la natura conservatrice della professione, ma
anche il costo delle tecnologie, possono costituire un freno al loro utilizzo.
Il mondo telematico non cessa di sfornare novità: Internet, World Wide
Web, e-mail, server, ISDN, ADSL, videoconferenze, Intranet, Extranet,
comunicazioni satellitari, ecc. L’evoluzione è in corso e sarà pernicioso
per l’avvocato – in questo momento di trapasso, in cui occorre assolutamente
non mancare all’appuntamento con le nuove tecnologie - non investire
sufficientemente in una visione a più lungo termine, sebbene egli sia frenato
dalle difficili condizioni del mercato dei servizi legali, che spinge a
perseguire il profitto nel breve periodo. Le nuove generazioni saranno
maggiormente formate a utilizzare le nuove tecnologie.
Una delle sfide della professione forense sarà la permeabilità a queste nuove
tecnologie. Occorre trarre dal computer, dalla telematica e dalle tecnologie
dell’informazione, tutto il loro immenso potenziale anche sul piano della
formazione professionale.
Di tutti gli ambienti, quello tecnologico è forse il più instabile, ma anche
il più accessibile per l’avvocato.
IL
SOLE 24 ORE
Corte
di giustizia, Italia in prima linea
Giurisprudenza
Ue - Riprende l'attività dei giudici di Lussemburgo: 229 (su un totale di
1.800) le liti in attesa di giudizio
CHIARA
CONTI
MILANO - Da oggi per l'Italia si ricomincia da 229. È questo il
conteggio più recente delle cause italiane attualmente pendenti davanti al
Tribunale di primo grado e alla Corte di giustizia europea. Quasi il 13% su un
totale di circa 1.769 procedimenti avviati e che vedono in prima linea i diversi
Paesi aderenti all'Unione europea. Da oggi, infatti, i due organi di primo e
secondo grado che hanno sede a Lussemburgo riprendono la loro attività
giurisdizionale dopo la consueta pausa estiva. Puntando l'obiettivo sulla sola
Corte Ue, le cause più rilevanti che vedono protagonista il nostro Paese (si
veda la tabella a fianco in cui viene riportato lo status dei principali
procedimenti in corso alla data del 1°agosto) rientrano nella materia dei
prodotti alimentari, ma anche sui temi legati al lavoro e alle libere
professioni. Di peso considerevole le cause in tema di società (il dito è
puntato soprattutto sul nodo dolente della legittimità degli aiuti di Stato) e,
in questo ambito, non mancano ricorsi sul versante penale, in particolare quelli
che hanno come oggetto la nuova formulazione del reato di false comunicazioni
sociali di cui all'articolo 2621 del Codice civile realizzata con la discussa
legge delega 366/01. Per l'Italia si comincia già oggi con la causa (la
C-236/01) che vede protagonista la Monsanto Italia; il quesito, rivolto dal Tar
Lazio alla Corte Ue, è finalizzato a chiarire se si possa considerare valido il
regolamento comunitario 258/97, in quanto non verrebbe a contemplare
un'esauriente valutazione di sicurezza dei prodotti e degli ingredienti
alimentari contenenti proteine transgeniche (rispetto alla salute e
all'ambiente) e non garantirebbe, inoltre, la partecipazione informata degli
Stati membri e degli organismi scientifici, privilegiando, invece, esigenze di
celerità. In realtà, gli Stati membri possono adottare misure di protezione
quando esistono ragioni effettive (ossia informazioni scientifiche o una nuova
lettura di quelle già esistenti) che dimostrino come l'impiego di questo tipo
di prodotti pregiudichi la salute umana e l'ambiente. Sempre oggi dovrebbe
arrivare a sentenza anche un'altra causa. Questa volta, con il procedimento
C-198/01, siamo però in territorio d'impresa: il Consorzio industrie fiammiferi
interroga la Corte Ue sui poteri riconosciuti dal diritto comunitario all'Authority
italiana garante della concorrenza e del mercato. Il j'accuse verte sulla
decisione con cui l'Autorità, invocando il via libera da parte dell'ordinamento
comunitario, ha dichiarato in contrasto con i principi in materia di concorrenza
la normativa istitutiva del Cif che ne disciplina, appunto, il funzionamento. Di
qui l'ingiunzione ai componenti il consorzio a porre fine alle violazioni. La
prossima settimana, poi, si assisterà anche all'epilogo in tema di contratti di
formazione lavoro: la Corte nel '99 aveva già ritenuto gli aiuti stanziati
dall'Italia illegittimi e incompatibili con il mercato comune e ora domanda alla
Corte di condannarla per non aver recuperato presso i beneficiari, entro i
termini stabiliti, gli aiuti in questione. Vicenda questa che, alla luce della
riforma in arrivo per il mercato dell'occupazione italiano, viene a rivestire
ancora maggiore importanza (in base alla legge Biagi il Cfl nel settore privato
scompare dalla scena).
Lo stallo del processo di riordino
emerso al convegno della Margherita a Lerici.
Non conciliabili le istanze di ordini e associazioni
All'est
niente di nuovo, proprio come il titolo di un noto film degli anni Trenta.
L'incontro del 2 settembre, tra le manifestazioni previste per la festa della
Margherita, tenutosi a Lerici per discutere sul tema scottante della riforma
delle professioni, è stata l'occasione per fare il punto sul percorso della
riforma delle professioni in vista della ripresa dei lavori parlamentari dopo la
pausa estiva.
Tutto
è comunque fermo ai paletti di partenza. Al dibattito, presenti Pierluigi
Mantini, responsabile della Margherita per le libere professioni, Michele Vietti,
sottosegretario alla giustizia, il senatore Cavallaro, Roberto Orlandi,
vicepresidente del Cup, Giuseppe Lupoi, coordinatore del Colap, e altre illustri
personalità del mondo professionale, c'era la nostra associazione con il
coordinatore regionale per la Liguria Gianmaria Bisio e il responsabile
provinciale di La Spezia Gianluca Galli.
Nessuna
novità rispetto a quanto emerso nel corso dei mesi precedenti. Infatti, a
livello di enunciazioni di principio, tutti i partecipanti hanno inquadrato la
riforma delle professioni in un progetto di ampio respiro che tende a un
riconoscimento della validità di un sistema duale tra discipline ordinistiche e
non.
Quando,
invece, dal quadro generale si passa al particolare, al vivo del rapporto tra i
due sistemi (ordini e associazioni), le ragioni di attrito e di frizione
riaffiorano in tutta la loro evidenza e si dimostrano al momento difficilmente
conciliabili. Walter Passerini, giornalista del Corriere della Sera e
coordinatore della tavola rotonda, con una metafora azzeccata ha dipinto lo
scenario in cui si muovono ordini e associazioni: ´Un castello che si affaccia
sul mare aperto che rappresenta gli ordini sempre più arroccati a difesa delle
loro prerogative, e con la volontà non tanto mascherata di individuarne delle
altre, mentre il mondo delle nuove professioni emerse e rapidamente affermatesi
è rappresentato dal mare aperto'.
E
il contrasto è apparso ancora più evidente nella contrapposizione tra il
pensiero di Roberto Orlandi e quello di Giuseppe Lupoi. Egli ha rimarcato la sua
ferma e critica posizione verso la bozza Vietti, arrivando addirittura a mettere
in forse la ragione stessa della presenza nella disciplina delle professioni del
sistema ordinistico, ormai non più corrispondente alle esigenze di un mondo
professionale evoluto e aperto alle nuove istanze.
Riformare
le professioni vuol dire andare incontro alle esigenze dinamiche di un sistema
che deve garantire i terzi consumatori circa i requisiti deontologici, di
competenza e professionalità dei singoli operatori. Tutto ciò non può
prescindere dal riconoscimento delle associazioni e della loro capacità di
controllo sui singoli associati, soprattutto nel percorso formativo, e di
conseguenza di certificarne la competenza.
A
fronte di ciò va preso atto della posizione intransigente del vicepresidente
del Cup che ha riconosciuto i meriti della bozza Vietti, e come poteva essere
altrimenti, mentre ha negato che da parte degli ordini ci sia una volontà di
sfruttare la riforma per l'introduzione di nuove riserve ed esclusive.
Il
sottosegretario Vietti, nel suo intervento, ha confermato che la realtà
ordinistica è storicamente presente nel nostro ordinamento e quindi non
eliminabile, ma solo ´riformabile'. Anzi, riferendosi alla metafora del
castello, ha sottolineato che la roccaforte non nega l'apertura al mare, ma anzi
getta il ponte levatoio verso le nuove realtà professionali.
Ebbene
questo probabilmente non basta, perché il nodo cruciale che resta da sciogliere
rispetto alla bozza Vietti è che cosa s'intenda per professione che in sé
presenti aspetti qualificanti di una professione già ´ordinata o collegiata'.
Quest'ambiguo passaggio che a ben vedere riguarda in primis, se non
esclusivamente, i consulenti tributari non può diventare il veicolo per
l'introduzione di nuove riserve o esclusive che attualmente il nostro
ordinamento giuridico non prevede.
Questo
sarà il punto di scontro sul quale i rappresentanti delle nostre associazioni
dovranno focalizzare la loro attenzione e i loro sforzi.
Ormai
i tempi sono maturi visto che anche lo stesso Vietti si è impegnato affinché
entro la fine dell'anno la riforma approdi alla discussione parlamentare. Come
ampiamente documentato dal senatore Cavallaro, la materia è stata oggetto di
un'istruttoria molto approfondita e quindi non si può indugiare oltre
nell'esame delle varie proposte di legge.
La
discussione in aula metterà le varie forze politiche di fronte a una precisa
assunzione di responsabilità nei confronti della galassia delle professioni non
ordinate.
Chi
si assumerà la responsabilità di cancellare dal mondo del lavoro e dal mercato
circa 2.200.000 professionisti con l'indotto che gli stessi rappresentano? Le
nuove professioni, e i consulenti tributari tra questi, chiedono solo di veder
riconosciuta una realtà fatta di professionalità indirettamente riconosciute
già da ministeri ed enti che quotidianamente godono delle loro qualificate
prestazioni.
Allora sorge spontanea una domanda: perché al riconoscimento di fatto non deve far seguito un pieno ed effettivo riconoscimento giuridico? Aspettiamo fiduciosi la risposta dagli organi competenti. (riproduzione riservata)
Gianmaria
Bisio